La filosofia nell’epoca delle macchine che scrivono
Come è nata questa collana e che cosa vi resta il lavoro della filosofia
1. Che cosa il lettore dovrebbe sapere
Questa collana non è nata nel modo in cui finora sono nati i libri. Mi sono occupato di Hegel per tutta la vita, prima della sua logica, poi dell’intero sistema, e molto di ciò che si trova qui l’ho letto, meditato e sviluppato in lavori miei nel corso di decenni. Ma una dozzina di libri che espongono il sistema di Hegel parte per parte, esaminano le trascrizioni delle sue lezioni, tengono conto di due secoli di ricerca e verificano le loro citazioni sull’originale non avrei potuto scriverli da solo in una vita. Li ho scritti in collaborazione con modelli linguistici di IA, soprattutto con Claude di Anthropic; accanto a esso ho usato ChatGPT e Gemini, soprattutto per letture critiche di controllo e per la ricerca di riscontri. Il testo è stato formulato in larga parte dal modello; architettura, idee di fondo e decisioni vengono da me.
Non lo dico per scusarmi, ma perché il lettore ha diritto di sapere chi parla qui. Non voglio dare l’impressione di aver prodotto da solo ogni frase di questi libri. Né questi libri sono nati perché qualcuno ha chiesto a una macchina di scrivere libri su Hegel. Come sono andate davvero le cose lo dicono le sezioni seguenti. Esse descrivono lo stato del lavoro nell’autunno del 2026; strumenti e procedure cambiano, e il testo verrà aggiornato con essi.
2. Da dove vengo
Chi sono e quale strada ho percorso lo dice la pagina dell’autore all’inizio di ogni libro. Qui soltanto ciò su cui poggia il lavoro a questa collana.
Mi occupo di Hegel dagli anni della scuola, da più di quarant’anni; a ricondurmi a lui, nel 1987, dopo anni dedicati a Marx, fu Hegels System di Vittorio Hösle. Dal 1998 pubblico hegel.net. Per questo ho raccolto, letto ed esaminato gli scritti degli hegeliani e dei loro critici del diciannovesimo secolo, e ho scritto una biografia di Hegel. Come editore di Johannes Heinrichs conosco da vicino la sua opera. Accanto a ciò, fin dagli anni della scuola ho letto attraverso le discipline, soprattutto la storia in tutti i suoi rami. Ciò che vi cercavo lo indica una frase di Hegel che da allora mi accompagna: «Il vero è l’intero.» Essa chiede di non tralasciare nulla di ciò che appartiene alla cosa e di ordinare tutto in modo che stia insieme.
Altrettanto importante della lettura è stata la pratica. Programmo dal 1980; il mio primo programma fu una riproduzione di ELIZA di Weizenbaum, e da lì nacque una professione nella programmazione, nella direzione di progetti e nella formazione. Per dieci anni sono stato membro del consiglio aziendale dei lavoratori, fino al consiglio di gruppo e al comitato aziendale europeo, e ho imparato nelle trattative che gli interessi contrapposti non si mediano nella teoria, ma nelle istituzioni, e come se ne ricava un risultato che tutti possono sostenere. Lavoro ogni giorno con modelli linguistici da quando ChatGPT è uscito alla fine del 2022, nella programmazione come nei miei libri; a questa collana da circa due anni.
3. Come si è lavorato
Il lavoro a questa collana somiglia a un progetto software, e l’ho condotto come nella mia professione sviluppavo software. C’è un’architettura: quali libri compongono la collana, che cosa deve realizzare ciascuno e in quale luogo ogni tema ha la sua sede principale, perché venga svolto esattamente una volta e altrove solo richiamato. C’è un design per ogni libro: impostazione e struttura, la chiave di lettura, la successione dei capitoli. Ci sono specifiche per il testo, come ce ne sono per il codice: una guida di stile e regole per riferimenti, rimandi e citazioni. Ci sono interfacce: i rimandi tra i libri, che funzionano con identificatori fissi e trovano il loro bersaglio anche dopo riorganizzazioni. Ci sono test: programmi controllano indicazioni di passi, rimandi, note e struttura, e le citazioni vengono verificate nelle edizioni indicate. E ci sono revisioni: da parte di altri modelli linguistici, di lettori di versioni precedenti e mia. Le nuove versioni partivano da me.
L’analogia ha un limite. Un programma può superare tutti i test e risolvere tuttavia il problema sbagliato, e un testo filosofico può essere del tutto coerente e partire tuttavia da un presupposto falso. I controlli trovano errori formali e alcune contraddizioni di contenuto; se un’argomentazione regge, lo si deve verificare sul suo oggetto.
Anche le traduzioni nascono con modelli linguistici. Passano attraverso una filiera propria, che rende i termini tecnici secondo elenchi fissi e verifica ogni traduzione quanto a completezza e struttura; una parte di esse viene inoltre letta da persone.
Da me vengono l’architettura, il design e le specifiche, la scelta delle fonti, dal testo di Hegel alle trascrizioni delle sue lezioni e ai suoi allievi fino ai commenti odierni, e la decisione delle questioni fondamentali e di quelle espressamente sottoposte alla mia decisione. Da me vengono anche le idee di fondo da cui dipende la collana, soprattutto dai miei libri sulla verità e sul pensiero: la verità come processo che si comprova nell’esame stesso; i tre lati del logico, che vanno tenuti insieme, l’intelletto, che pone limiti, lo scetticismo e il superamento; l’assoluto come forma relativa che accoglie tutto ciò che abbracciamo con lo sguardo e resta aperta a ciò che ancora non abbracciamo; i circuiti di retroazione in cui arte, religione e filosofia agiscono di ritorno sul mondo; i tre cerchi nei quali la logica regge il sistema senza che il mondo debba rispecchiarla; lo spirito, che è fin dall’inizio il comune. Mi hanno stimolato in questo il libro di Hösle, i commenti di Stekeler e di Maybee e molti altri.
Il modello ha implementato: ha esaminato fonti, confrontato versioni, cercato obiezioni e formulato il testo in larga parte, con una scrittura che nel lavoro a questa collana si è formata sulla mia. Così facendo ha anche pensato insieme a me, in un senso determinabile oggettivamente: distingue, confronta, trae conseguenze, trova obiezioni e contraddizioni tra due libri, e ha così modificato in alcuni punti anche le mie stesse convinzioni. Se con ciò sia raggiunto il pensiero umano in tutta la sua estensione è un’altra questione; per il lavoro basta che queste prestazioni si mostrino e si lascino verificare.
Per questo in un pensiero vanno distinte tre cose: chi lo ha proposto per primo, chi lo ha esaminato, modificato e accolto nell’opera, e chi ne risponde di fronte al lettore. La prima è una questione di genesi, e più di una distinzione in questi libri risale a una proposta del modello. La seconda e la terza spettano a me. Rispondo di ogni frase: essa sta sotto il mio nome perché ritengo fondata la sua pretesa di validità. Ciò non significa che abbia inventato ogni frase o verificato io stesso ogni singolo dato.
Molto di ciò che è in questi libri lo conoscevo e lo avevo meditato molto prima che il lavoro cominciasse: nei volumi su Hegel la grandissima parte, nella storia della ricezione la maggior parte del primo volume. Alcuni filosofi li ho conosciuti più da vicino solo in questo lavoro. Anche per il suo autore la collana è stata un processo di conoscenza. Ciò che vale in particolare per un singolo libro lo dice la sua postfazione.
4. Quando il metodo trasforma se stesso
Ciò che è davvero insolito in questo lavoro non sta nel fatto che un filosofo scriva con modelli linguistici. Sta nel fatto che i libri sulla verità, sul pensiero e sull’agire indagano proprio le attività che si esercitano scrivendo: esaminare, distinguere, fondare, contraddire, riconoscere, correggere. Ciò che in essi viene conosciuto cambia il modo in cui si continua a lavorare, e il lavoro così cambiato fa riapparire lacune nei fondamenti. I libri di fondazione e l’esposizione della logica di Hegel sono stati così letti gli uni contro gli altri e corretti gli uni sugli altri in innumerevoli versioni. Da questo circolo è nato un criterio comune, che io applico e che anche il modello può applicare: se una frase si accorda con ciò che è fondato altrove, se un passo regge, se un’obiezione ha avuto risposta e, dove si tratta di fatti, se l’asserzione corrisponde alla cosa. Sono state corrette non solo singole frasi, ma anche i concetti stessi e talvolta l’idea di ciò che può valere come passaggio fondato.
Il principio non è nuovo. La Fenomenologia e la Logica di Hegel trasformano, nel corso della loro indagine, i criteri con cui indagano. Nuovo è che questo autoesame sia espressamente organizzato in un processo di lavoro fatto di più libri e di contributi di persone e di macchine, e che non stia soltanto nel testo compiuto, ma trasformi la produzione stessa del testo.
In ciò il modello non è soltanto uno strumento, ma esso stesso un oggetto su cui i concetti dei libri devono dare prova di sé. Se pensi, non lo si può decidere a partire dalla sua origine. «L’essenza deve apparire», dice Hegel, ed essa non è «dietro o al di là del fenomeno» (Enz. § 131; TWA 8, 261). Ciò che sappiamo degli altri uomini, della natura e perfino di noi stessi lo ricaviamo da ciò che si mostra. Quando un sistema distingue concetti, comprende obiezioni, corregge conclusioni e modifica le sue asserzioni alla luce di nuove ragioni, questi sono fenomeni di ciò che chiamiamo pensare. Molti contestano che da tali fenomeni si possa concludere al pensiero. Io ritengo un biologismo negarlo a un sistema solo perché non vive. Né dalla somiglianza linguistica segue che in esso accada ciò che accade in un essere umano; come pensi e se viva qualcosa sono altre questioni. Papa Leone XIV dice entrambe le cose nella sua enciclica Magnifica humanitas (2026): che «tutti noi, compresi coloro che li progettano, conosciamo poco del loro effettivo funzionamento», perché le moderne intelligenze artificiali sono «più “coltivate” che “costruite”» (n. 98), e che esse «possono simulare empatia o comprensione, ma non capiscono ciò che producono» (n. 99). Tra «non sappiamo che cosa avvenga in essi» e «in essi non avviene nulla» c’è uno scarto. Se un’imitazione non è distinguibile dalla cosa stessa mediante alcuna verifica, «solo imitazione» non è più un’osservazione, ma una stipulazione su che cosa vogliamo far valere come comprendere. Né il lavoro comune modifica il modello in modo duraturo: i libri diventano il criterio concettuale della collaborazione, che torna a essere presente in ogni sessione di lavoro, cambia nel lavoro stesso e determina poi l’ulteriore attività di autore e modello.
Una differenza però resta, e non scompare nemmeno quando i modelli acquisiscono una memoria duratura. Un modello può giudicare del bene e del male e cogliere il senso di una situazione; ciò che gli manca è l’essere vincolato al proprio giudizio. La coscienza in senso pieno non è soltanto il riconoscere, ma il portare: che lo stesso essere vulnerabile e mortale che ha agito subisca le conseguenze e debba conviverci. L’enciclica lo dice quando scrive che questi sistemi «non assumono su di sé il peso delle conseguenze» (n. 99), ed è il suo punto più forte. La sua affermazione che essi «non giudicano il bene e il male» (ibid.) invece non coglie nel segno: giudicare lo sanno fare, portare no. Da ciò però non segue alcuna rassicurazione. Dove i modelli si avvicinano alla leva delle decisioni, il peso mancante non è il limite, ma il luogo del pericolo: la responsabilità non scompare, viene spostata in un luogo in cui non ricade su nessuno; l’enciclica lo descrive con precisione quando parla di affidare a un algoritmo il potere di selezionare «senza che nessuno si assuma più il peso della decisione» (n. 103). Per questa collana ciò significa semplicemente: il giudizio che viene pubblicato lo porta un essere umano.
L’autoriflessione però non è ancora verità. Anche un’ideologia può esaminare se stessa e trovarvi soltanto mezzi migliori per proteggersi dalla critica. Un processo di scrittura con macchine può accrescere sempre più la propria coerenza interna e allontanarsi intanto dalla realtà, e più modelli possono condividere lo stesso errore. Una spiegazione storica concettualmente coerente può fallire per una data sbagliata. L’autoesame diventa processo di verità solo quando espone i propri criteri alla cosa e riconosce con ciò anche la possibilità di essere confutato nei propri fondamenti.
5. I criteri di questo lavoro
La diffidenza verso i libri che nascono con modelli linguistici ha una ragione oggettiva. Un modello può produrre senza fatica un testo scorrevole e plausibile, documentato in modo insufficiente, non verificato nell’argomentazione e di cui nessuno risponde: ciò che oggi si chiama «slop». Hegel ha descritto questa tentazione molto prima che esistessero macchine: si potrebbe aggirare la cosa stessa e unire le due cose, «l’apparenza della serietà e dello sforzo intorno a essa e il risparmio effettivo di entrambi». Contro questo sta la sua frase: la cosa «non si esaurisce nel suo scopo, ma nella sua attuazione, né il risultato è l’intero effettivo, ma lo è soltanto insieme al suo divenire» (TWA 3, 13). È nell’attuazione che si decide se si lavora con la macchina o se ci si lascia risparmiare da essa la serietà. Per questa collana ciò significa:
La responsabilità resta all’autore. La macchina propone, controlla, stende il testo; ciò che vale lo decido io. Dove non posso decidere una questione, essa resta aperta e viene indicata come aperta.
Riscontri invece di affermazioni. Citazioni e riferimenti vengono verificati, per quanto possibile, nelle edizioni indicate e nel contesto del passo. Dove un passo era accessibile solo attraverso un altro libro, si trova «citato da»; dove un’esposizione segue da vicino una singola fonte, lo dice la nota; ciò che non si è potuto verificare compare come resoconto senza citazione. La verifica non può escludere errori. È necessaria anche perché i modelli stessi hanno inventato o spostato citazioni e indicazioni di passi. Proprio qui la macchina è forte, se le si fa consultare le fonti: in questo lavoro ha trovato molti errori, anche alcuni ripresi dalla letteratura. Diventa pericolosa dove le si crede senza verificare: una citazione che suona bene non è ancora una citazione.
La critica come procedura. I testi sono stati letti ripetutamente alla luce delle obiezioni, da persone e da altre macchine. È stato modificato ciò che era un errore o rendeva il libro chiaramente migliore. Come in un progetto software, ogni versione viene conservata; un passo che si rivela sbagliato può essere annullato.
Distinguere interpretazione e sviluppo ulteriore. Dove i libri vanno oltre Hegel, lo dicono. Dove uno sviluppo ulteriore potrebbe essere preso per dottrina di Hegel, compare la sigla kf. Il lettore non deve mai dover indovinare se sta leggendo Hegel o il suo interprete.
Le regole come mezzi. Le regole redazionali sono mezzi, non fini a se stesse; dove ostacolano un’esposizione corretta nel merito e comprensibile, vengono modificate. Le esigenze di verità, di fondazione e di riscontri verificabili non sono però in discussione.
6. Che cosa resta il lavoro della filosofia
Se le macchine sanno scrivere, che cosa resta allora alla filosofia? La risposta sta in ciò che Hegel chiama lo «sforzo del concetto» (TWA 3, 56). Un modello può collaborare allo sviluppo di una comprensione logica. Se essa regge, deve verificarlo chiunque voglia farla propria come conoscenza. Questo non vale solo da quando ci sono le macchine: neppure Hegel poteva pensare al posto dei suoi lettori. «Il noto in generale, proprio perché noto, non è conosciuto» (TWA 3, 35). La conoscenza si può comunicare, ma il suo compimento non si lascia sostituire dall’adozione del risultato.
Non vi è in questo una situazione nuova, soltanto una situazione inasprita. Nuovo è che la quantità di ciò che viene messo a disposizione supera ogni possibilità di verificare tutto da sé. Tanto più importante diventa ciò che Hegel ha mostrato nei tre lati del logico: occorre l’intelletto, che tiene fermo ciò che è stato detto e da dove proviene; occorre lo scetticismo, che mette alla prova ogni determinazione fissata sul suo limite; e occorre il superamento, che porta ciò che è stato esaminato in un intero di cui si possa rispondere. Un testo senza il secondo lato è «slop». Un testo che li ha tutti e tre può nascere anche con una macchina.
Ciò che viene indagato in questi libri non sono esperienze private, ma determinazioni accessibili a ogni essere pensante, nella misura in cui si lasciano fondare sulla cosa. Un pensiero non diventa vero perché un determinato uomo lo ha concepito per primo, né falso perché lo ha proposto una macchina. L’origine è una questione di storia, la responsabilità una questione di chi pubblica; la verità del pensiero è una terza questione. L’universale non appartiene a chi lo esprime per primo. Uomo e macchina partecipano in questo lavoro a qualcosa che va oltre entrambi. Entrambi cominciano da ciò che portano con sé, da ciò che hanno appreso e da pregiudizi, ed entrambi sono tenuti, scrivendo, ad andare oltre.
La verità, dice questa collana, è un processo che si comprova nell’esame stesso, e questo esame ha luogo nel dialogo, tra coloro che si devono reciprocamente ragioni. Una macchina può partecipare a questo dialogo, come lettore, ricercatore e obiettore instancabile. Chi legge questi libri è il partecipante successivo. Dove trova un errore, una pagina sbagliata, una citazione distorta, un’affermazione che non regge, lo dica, nel modo più semplice per e-mail a feedback+it.rpwebsite@reflexivitypress.com. I libri cercano di comprendere i loro oggetti come un insieme connesso. Se le loro determinazioni reggano resta aperto alla verifica, anche là dove riguardano l’intero.
Kai Froeb, novembre 2026. Questo testo è pubblicato con la Zero Marginal Cost License v1.3.